Report: workshop sul rapporto tra arte, letteratura e scrittura nei periodi Heian e Kamakura

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Per la serie “coniglio viaggiatore”, sabato scorso sono approdato in quel di Bologna per prendere parte a uno workshop presso il Centro studi d’arte estremo orientale tenuto dal professor Peternolli.
L’incontro verteva sul rapporto fra arte, letteratura e calligrafia nei rotoli illustrati dei periodi Heian e Kamakura; il professore, che conoscevo per la prima volta, era una persona preparatissima e, cosa ancor più importante, estremamente appassionata, il che ha contribuito a rendere infinitamente piacevoli le tre ore di durata del corso.

L’incontro è iniziato con una visione dei rotoli dell’E inga kyō, che narra la vita del Buddha storico incentrandosi sulla concezione tutta buddhista della stretta relazione tra la vita passata e quella presente o successiva, un’affascinante serie di illustrazioni che mescolano la calligrafia cinese di epoca Tang (618-907) con uno stile di pittura risalente al VI secolo.

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Una delle immagini tratte dai rotoli del Genji monogatari.

Il momento più interessante è stato senza dubbio quello della visione dei rotoli illustrati del Genji monogatari, la più grande opera letteraria giapponese di tutti i tempi. Dipinti su una meravigliosa carta decorata con spruzzi d’oro, affiancano alle immagini il testo, scritto in una calligrafia elegante e sinuosa, dando vita a un lavoro di livello estetico eccezionale e, di certo, non inferiore a quello dello stesso romanzo da cui sono tratti. Merito dell’autore è altresì quello di essere riuscito a rendere, attraverso i suoi ritratti inespressivi e stilizzati dei personaggi, tutto il pathos proprio delle scene descritte nell’opera originale. Mai, nella storia, nessuna riproduzione grafica di un’opera letteraria è riuscita a entrare così a fondo nel testo rappresentato da farsi essa stessa portavoce delle emozioni che esprime. Personalmente, ho avuto modo di vedere alcuni di questi rotoli dal vivo mentre ero in Giappone e posso confermare che sono davvero fantastici.

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Una delle immagini più famose del Chōjū jinbutsu giga

Successivamente, passando per gli Shigisan engi emaki e l’Heike monogatari ekotoba, siamo approdati al Chōjū jinbutsu giga, amatissimo dai giapponesi. Si tratta di un rotolo di illustrazioni, prive di testo scritto, raffiguranti conigli, rane, scimmie e altri animali eccessivamente umanizzati nell’atto di mettere in pratica azioni comuni della nostra quotidianità. Divertenti, ironiche e sarcastiche, le immagini sono ritratte con linee nette che conferiscono un dinamismo accattivante all’intera scena.

In chiusura, abbiamo dedicato un po’ di tempo alla consultazione di alcuni rotoli a carattere religioso, dedicati perlopiù alla rappresentazione del Sutra del loto della setta Tendai e di Nichiren. Tra i tanti rotoli, ci siamo concentrati sull’Ippen shōnin eden e i bellissimi rotoli dell’ Heike nōkyō. Quest’ultimo, in particolare, era una serie di rotoli di un lusso estremo, dipinte su una base decorata con spruzzi in oro. Ciò che mi ha particolarmente colpito di quest’opera è l’uso di una particolare tecnica: ashide, ovvero l’utilizzo di caratteri dell’alfabeto giapponese o ideogrammi cinesi che, all’interno del dipinto, vengono a rappresentare animali, rocce o elementi naturali di vario genere.

Il laboratorio si è protratto per oltre tre ore ma è stato veramente interessante e consiglio, a chiunque ne abbia l’opportunità e sia interessato, o anche solo incuriosito, dall’arte giapponese, di tenere d’occhio i prossimi appuntamenti con i workshop e le lezioni del professor Peternolli. Per inciso, il prossimo si terrà il 5 dicembre e sarà incentrato sul rapporto fra arte, letteratura e scrittura nei periodi Muromachi, Momoyama ed Edo.

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Recensione: “The Other Boleyn Girl”

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Titolo: The Other Boleyn Girl
Autore: Philippa Gregory
Casa editrice: Harper Collins
Anno: 2011
Lingua: inglese

“If women could only have more,” I said longingly. “If we could have more in our own right. Being a woman at court is like forever watching a pastrycook at work in the kitchen. All those good things, and you can have nothing.”

Vista la mia recente passione per le monarchie in generale, e regine e principesse in particolare, non potevo certo farmi mancare uno dei romanzi di maggior successo dedicati alla mia regina preferita.

Anna Bolena è, ancora oggi, una delle regine che più hanno fatto parlare di sé: colta, brillante e ambiziosa, adorata dal re Enrico VIII e da lui stesso ripudiata, odiata da molti, accusata ingiustamente e annientata. La sua storia è stata raccontata infinite volte nel corso degli anni, inventata e reinventata ai limiti della fantasia. Questa volta, la vediamo attraverso gli occhi della sorella Mary, attraverso il suo modo di pensare e, soprattutto, attraverso la sua storia. Niente di nuovo, nulla che non si conosca già, ma una prospettiva differente.

Nella storia raccontata da Philippa Gregory, Mary è la sorella minore di Anna – nella realtà sembra essere stata la più grande – una ragazza molto semplice e ingenua che viene spinta dalla sua stessa famiglia a “vendersi” al Re come sua amante, per poi vedere la propria posizione privilegiata strappatale senza alcun rimorso dalla più ambiziosa Anna, e finire con il non essere altro che “l’altra Bolena”.
Il romanzo segue quasi fedelmente la storia della famiglia Bolena, dall’ingresso a corte delle due sorelle fino all’accusa e condanna di Anna per adulterio e stregoneria. Ma The Other Boleyn Girl è soprattutto una storia che guarda con rammarico alle donne del tempo, muovendo una costante critica a come queste donne, anche le più ricche e altolocate erano costrette a vivere: mai ascoltate, costantemente condannate solo a ubbidire senza essere mai prese seriamente in considerazione, senza il minimo diritto di esprimere il proprio parere. Figure che potevano salire in alto in men che non si dica e crollare, essere completamente cancellate, altrettanto in fretta. Una donna, in breve, non era che un mezzo per fare fortuna: quale fosse la sua volontà era del tutto irrilevante, l’importante era che portasse alto il nome della famiglia e che contribuisse alla sua crescita economica e sociale.
Ho letto diverse critiche su The Other Boleyn Girl, tutte che condannavano la mancanza di fedeltà ai fatti storici. Io non la penso così: trovo che Philippa Gregory abbia fatto un ottimo lavoro con l’attinenza alla storia e sì, forse si è concessa alcune libertà, ma se cercassi la vera storia di Anna e Mary Bolena, allora comprerei una biografia e non un romanzo di fiction storica che, per definizione, è appunto finzione. Personalmente ho adorato questo libro e l’ho letto con il cuore in mano: mi ha emozionato, mi ha fatto soffrire, mi ha fatto arrabbiare. Certo, si tratta di una storia romanzata, eppure è riuscito a toccare le corde del cuoricino di questo coniglio lunare e farlo innamorare ancora di più della grande Anna Bolena: una donna che ha voluto osare, che puntava in alto e in alto è arrivata, così in alto da finire col bruciarsi.

Il mio voto: ★★★★☆

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Pray for…

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So che forse arrivo tardi, che avrei dovuto dire qualcosa prima, ma le notizie di questi ultimi due giorni mi hanno paralizzato: non sapevo cosa dire, cosa fare, ogni parola mi sembrava inopportuna. Sono un coniglio errante, nella mia vita ho sempre cercato di viaggiare il più possibile, ho conosciuto e vissuto con persone di diverse nazionalità e religioni e ho sempre pensato che la diversità fra culture fosse una cosa bellissima. Certo, non dobbiamo per forza piacerci tutti, ma finché possiamo convivere pacificamente dove sta il problema?
Credo di aver sempre riposto troppa fiducia nella razza umana, sempre creduto che fosse una razza meravigliosa, e più questa fiducia viene tradita più sento il mio cuore andare in pezzi. Oggi, dopo due giorni di apatia, ho ceduto alle lacrime: mai avrei pensato di poter versare lacrime per una cosa che non mi tocca nel modo più diretto. Non riesco a capire perché a questo mondo esista così tanto odio, quando sarebbe tutto così bello se si imparasse a rispettarsi a vicenda…
Ma ancora una volta le parole sono inutili, l’unica cosa che mi sento di dire è: vivete, divertitevi, rincorrete i vostri sogni senza mai arrendervi, fatelo anche per chi non può più farlo, perché non potrete mai sapere cosa vi attenderà un domani. Da parte mia, lascerò parlare una canzone.

In un lontano, lontano passato, alcuni
Milioni di anni fa, è nata questa Terra

Nella storia che si ripete
Abbiamo ereditato la vita

Io, da qui
Non posso fare altro che arrivare a voi
Cantando questa canzone, ma

Ricordate ancora una volta
L’aspetto che dovrebbe avere il nostro pianeta
E poi vi prego, non dimenticatelo
Vi prego, vi prego, non dimenticatelo

Di certo, di certo, nessuno
Desiderava tutto questo

Stringiamo al petto i nostri fiori
Perché un giorno possano sbocciare splendidamente

Io, da qui
Non posso fare altro che arrivare a voi
Cantando questa canzone, ma

Se voleste ascoltarmi almeno per un attimo
Ne sarei felice

Ricordate ancora una volta
Che siamo nati piangendo

E che i vostri sogni e le vostre speranze per il futuro
Sono tutti su questa Terra

Io, da qui
Non posso fare altro che arrivare a voi
Cantando questa canzone, ma

Se voleste ascoltarmi almeno per un attimo
Ne sarei felice

Ricordate ancora una volta
L’aspetto che dovrebbe avere il nostro pianeta
E poi vi prego, non dimenticatelo
Vi prego, vi prego, non dimenticatelo

(Ayumi Hamasaki – A song is born)

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Poesie giapponesi #1

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Ho trovato questa poesia in una canzone uscita di recente e che ho molto apprezzato, e così ha vinto il premio come prima poesia della mia umile dimora digitale. 😉

Kokoro ni mo
Arade ukiyo ni
Nagaraheba
Kohishikaru beki
Yohan no tsuki kana

Se pur non desiderandolo
Continuerò a vivere
In questo mondo pieno di tristezza
Forse la luna di mezzanotte
Mi diventerà cara


Autore: Sanjōin (976-1017)
Raccolta: Goshūi waka shū

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Recensione: “Il gatto venuto dal cielo”

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Titolo: Il gatto venuto dal cielo
Titolo originale: Neko no kyaku (猫の客)
Autore: Hiraide Takashi
Traduzione: Laura Testaverde
Casa editrice: Einaudi
Anno: 2015 (originale: 2001)
Lingua: italiano

Venne l’inverno. Chibi stava entrando piano piano nella nostra vita come un rivolo d’acqua che penetri inosservato dalla finestra lasciata socchiusa, e si spanda scivolando su un’impercettibile pendenza, imbevendola. Ma già allora, quello che definirei un destino, accompagnava quel flusso.

Mi definisco un gattaro senza gatti (cos’è, pensate forse che un coniglio non possa amare i gatti?) perché questi umani mi hanno sempre ostacolato nel tentativo di tenerne uno con me; per questo, appena vedo qualcosa raffigurante un felino, ne sono sempre immediatamente attratto.
La prima volta che vidi questo libro fu un paio di anni fa: era una copia della traduzione inglese di proprietà di un’insegnante della mia umana. Mi appuntai immediatamente il titolo, deciso a cercarlo, e poi… beh, nel frattempo è uscita la traduzione italiana.

La storia:
Una giovane coppia inizia a ricevere le visite di Chibi, una gattina randagia trovata dai vicini. Pian piano i due iniziano ad affezionarsi alla piccola che, senza nemmeno che se ne rendano conto, diventa in breve tempo il centro del loro mondo…

Nel classico stile delle opere di alcuni dei più grandi autori della letteratura giapponese, al centro de Il gatto venuto dal cielo non troviamo le vicende dei suoi protagonisti, bensì emozioni e sentimenti. La stessa gattina non è che un pretesto per parlare della bellezza, scandagliando i moti dell’animo alla base dei rapporti tra il sé e l’altro: uomo, animale o natura che sia. Seppur ambientata in tempi moderni, l’opera ci propone un tuffo nel Giappone antico: l’ambientazione, le atmosfere, il ruolo preponderante svolto dal destino ci portano con la memoria – o forse dovrei dire con la fantasia – a mille anni fa, quando il paese era nel pieno del periodo letterariamente e culturalmente più ricco della sua storia.
Takahashi nasce come poeta, e percepiamo continuamente questa sua natura nelle descrizioni degli elementi naturali, che si fanno minuziose e immacolate, e sembrano prendere forma in un magnifico dipinto davanti ai nostri occhi. La struttura del romanzo lo rende oltremodo piacevole: i capitoli brevissimi tengono incollati alle sue pagine, continuamente desiderosi di leggere il capitolo successivo, e ci si ritrova all’ultima pagina senza nemmeno accorgersene.
Il gatto venuto dal cielo non lo definirei un capolavoro, ma un piccolo gioiello, una lettura piacevole che ti cattura con la sua poesia e il ricco immaginario che porta con sé. È un libro breve, poco più di un centinaio di pagine, e si legge velocemente, ma in quelle poche pagine regala brevi e preziosi attimi di bellezza, raffinatezza e nostalgia di un meraviglioso tempo lontano che, purtroppo, possiamo soltanto sognare.

Il mio voto: ★★★☆☆

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Donne ai colloqui di lavoro…

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Credo che ormai abbiate letto tutti questo articolo, e visto che sono un coniglio facilmente impressionabile dalle azioni degli esseri umani ho deciso di dare la mia opinione in merito.

Già la lettura dell’articolo in sé mi aveva trovato non poco contrariato, i commenti però mi hanno decisamente sconvolto e disgustato!
Eh ma a un colloquio devi rispondere a tutto quello che ti chiedono o ti attacchi.” “Eh ma il datore di lavoro deve tutelarsi…” “Eh ma è pieno di donne che se ne approfittano e appena trovano lavoro si fanno mettere incinta…” “Eh ma se una donna va in maternità crea un disagio all’azienda…

Allora, intanto mettiamo in chiaro una cosa fondamentale: un datore di lavoro NON è un dio in Terra che è lì per giudicare e comandare lo sfigato lavoratore di turno che, a questo punto, non sarebbe che un numero fra tanti che deve solo dare e mai chiedere. Lavoratore e datore di lavoro sono, innanzitutto, due persone e, in quanto tali, si trovano ESATTAMENTE allo stesso livello e sono tenuti a portarsi reciproco rispetto; secondo, quello che si viene a instaurare fra loro non è un rapporto di schiavitù, ma un contratto che prevede una COLLABORAZIONE tra le due parti, che tradotto vuol dire: “Io do e tu ricevi, tu dai e io ricevo”.

Bene, fatta questa premessa, che dovrebbe essere cosa ovvia ma in questo paese sembra non averlo capito ancora nessuno, passiamo al dunque: sì, è vero, ci sono donne che appena riescono ad assicurarsi un posto di lavoro scelgono di fare un figlio. Ci sono anche lavoratori, uomini e donne, che fingono malattie improbabili per ottenere ferie e pensioni di vario genere, cosa che, permettetemi, è un tantino più grave. E allora? Cosa facciamo? Chiediamo la situazione clinica del candidato e di tutti i suoi familiari? No perché si sa mai che questo improvvisamente si inventi qualche malattia, meglio tutelarsi. E se invece poi il lavoratore mi si ammala davvero e deve prendersi delle pause dal lavoro per curarsi? Cavolo, forse allora non è meglio assumere più nessuno così almeno siamo certi che questi stupidi lavoratori non ci daranno mai problemi!

Le donne hanno avuto la disgrazia (permettetemi il termine) di nascere con un utero, di dover sopportare i dolori mestruali una volta al mese e di dover scorrazzare un bambino nella pancia per nove; mentre gli uomini non hanno di queste rotture, eh già, che bravi, come se fosse un loro merito poi. Ma forse questi uomini dimenticano che un figlio una donna non lo fa da sola, e che probabilmente loro stessi hanno una moglie e dei figli, e che forse non farebbe loro così tanto piacere se alla loro moglie fosse rifiutato un posto di lavoro perché ha partorito i loro figli (o almeno mi auguro non gli faccia piacere…).
E soprattutto, forse a questi uomini sfugge il piccolo particolare che fare un figlio NON è un passatempo, NON è andare in vacanza. Fare un figlio è una responsabilità, un impegno ENORME, lavorare pur dovendo crescere un figlio richiede uno sforzo IMMANE; eppure ci sono donne disposte a farlo, per necessità o anche, perché così è giusto che sia, per ambizione. Un figlio non è il capriccio di una donna, non è un cagnolino, è un impegno che ci si prende e si è quasi sempre in due a volerlo. Un figlio è un’esigenza per la specie, perché se tutti la smettessero di fare figli per non perdere il lavoro l’essere umano si estinguerebbe (e quasi quasi potrebbe non essere neanche così male…); un figlio è un’esigenza per la società, perché è forza lavoro per il futuro. O questo vale solo quando il “problema” non vi tocca direttamente?

Sempre più spesso sento gente dire che una donna dovrebbe scegliere se dedicarsi ai figli o alla carriera, e mi viene sempre più da chiedermi se siamo davvero nel XXI secolo o se mi hanno ingannato. Una donna deve avere pienamente diritto di costruirsi una famiglia e farsi una carriera tanto quanto lo ha un uomo, è a questo che si sarebbe dovuti arrivare con l’evoluzione e tutte le lotte per la parità dei diritti. Ma Homo sapiens forse non ha le idee chiare, o forse è convinto di essere ancora fermo al Medioevo, quando le donne erano buone solo per figliare e non avevano alcuna utilità al di fuori dell’ambito domestico.
Assumere una donna è un problema per un datore di lavoro perché potrebbe rimanere incinta? Ottimo, allora voi per primi smettetela di desiderare dei figli! Voi per primi sottoponetevi alla castrazione chimica così da non rischiare di far rimanere incinta vostra moglie o la vostra fidanzata! Se una donna deve scegliere tra lavoro e famiglia, perché lo stesso non dovrebbe valere per un uomo? Fino a prova contraria non è esente dalle responsabilità familiari solo perché non ovaie-dotato.

Una donna che può fare un figlio non deve costituire per un datore di lavoro un problema, non più di un uomo che può ammalarsi. Il datore di lavoro deve tutelarsi? Il datore di lavoro deve tutelare la propria azienda! E tutelare la propria azienda è tutelare i propri lavoratori – perché un titolare è tale non per dare ordini e trarre guadagni sulla pelle altrui, ma per prendersi delle responsabilità – e questo NON lo si fa accertandosi che la donna di turno non abbia intenzione di fare figli prima di assumerla, ma cercando di agevolarne le condizioni lavorative. Avete mai sentito parlare di asili per i dipendenti all’interno dell’azienda, di lavoro da casa, di qualunque altra possibile forma di agevolazione che, guardate un po’, in altri paesi civilizzati ESISTE? No? Perché se la risposta è questa, allora sappiate che il problema non è la lavoratrice, ma quello che il sistema lavorativo non fa per andarle incontro.

E per quelli che: “Eh ma vedete la discriminazione ovunque, smettetela di essere così fissate”.
Sono pienamente d’accordo sul fatto che certe donne vedano la discriminazione ovunque, e sono di solito quelle che non hanno realmente capito cosa sia il femminismo e si aggrappano a sciocchezze quali: “Non si deve dire avvocato o avvocatessa ma avvocata!
Ma ahimè, secondo la Treccani: “Discriminazione = Distinzione, diversificazione o differenziazione, operata fra persone, cose, casi o situazioni.
La discriminazione cesserà di esistere solo quando una persona non sarà valutata in base alla sua possibilità di figliare, alla sua razza o orientamento sessuale, ma solo ed esclusivamente sulla base di ciò che fa o sa fare nell’ambito di riferimento. Nel momento stesso in cui un datore di lavoro per decidere se assumermi o meno, non si interessa di quali siano le mie capacità ed esperienze lavorative, ma dell’attività delle mie ovaie, FA una discriminazione, ed è sbagliata per definizione.

E per quelli che: “Eh ma è inutile che parliate tanto di discriminazione perché ci sono anche donne che fanno questi discorsi”.
È vero, ci sono anche donne che parlano così e io non le giustifico, anzi, la stessa cosa fatta da loro è ancora più grave che se fatta da un uomo! E purtroppo non riesco a decidermi se, in questo caso, vadano incriminate o compatite.

E per quelli che: “Eh ma va così e bisogna adattarsi”.
No, non “va così”, perché è proprio con i “Ma funziona così” e i “Ma fanno tutti così” che il mondo va in rovina! E ci tengo a ricordarvi che quello che va in rovina è il mondo in cui VOI STESSI vivete, e se pensate che la cosa non vi tocchi e non vi toccherà mai vi sbagliate di grosso. La parità dei diritti (di sesso, razza o qualunque altra cosa si tratti) e il rispetto reciproco devono essere i due concetti principali alla base della società, finché non sarà così il mondo continuerà a regredire. E se quello che volete è un mondo retrogrado, allora smettetela di considerarvi parte di un paese civilizzato o di sentirvi in diritto di criticare gli altri, perché siete esattamente al loro livello!

E per chi si trova dall’altra parte: non lasciatevi mettere i piedi in testa da chi pensa di essere migliore di voi, non buttate all’aria la vostra dignità per questo. Tutti meritiamo rispetto, e chi non è in grado di averne nei nostri confronti non lo merita nemmeno da parte nostra. Forse, se tutti iniziassimo a chiedere il rispetto che ci è dovuto, se la smettessimo di farci piccoli e lasciarci sfruttare perché “ci serve un lavoro e dobbiamo adattarci”, forse a quel punto le cose inizierebbero a cambiare.

Con affetto,
il vostro coniglio lunare.

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Letture di ottobre 2015

In questi giorni sono molto impegnato ad aiutare la mia umana a scrivere la tesi e studiare francese, per cui, ahimè, non mi resta molto tempo da dedicare alle letture. Le letture di ottobre sono state poche ma decisamente soddisfacenti!

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Peter Pan nei giardini di Kensington. Peter Pan e Wendy.
(James M. Barrie)

Nel momento in cui dubiti di poter volare finisce per sempre la tua possibilità di farlo. La ragione per cui gli uccelli volano e noi no dipende semplicemente dal fatto che essi hanno la fede perfetta, e avere fede vuol dire avere le ali.

Lessi per la prima volta le avventure di Peter Pan quando ero un coniglietto in fasce (o quasi), ma credo che questa sia una di quelle storie che chiedono di essere rilette di tanto in tanto. Questo mese era semplicemente giunto il suo momento e, a distanza di anni, è riuscito a farmi sognare proprio come la prima volta. Il messaggio di Barrie risuona nel cuore da adulti ancora più che da bambini: crescere fa parte della vita, non possiamo opporci al naturale fluire del tempo, ma smettere di sognare quello no, non dobbiamo mai farlo. Perché smettere di sognare è smettere di credere, e smettere di credere è smettere di volare.


Il grande Gatsby (Francis Scott Fitzgerald)

Negli anni più vulnerabili della giovinezza, mio padre mi diede un consiglio che non mi è mai più uscito di mente. “Quando ti vien la voglia di criticare qualcuno,” mi disse “ricordati che non tutti a questo mondo hanno avuto i vantaggi che hai avuto tu.”

Il giovane protagonista, Nick Carraway, si trasferisce a West Egg, dove be presto fa la conoscenza del suo stravagante vicino: il signor Gatsby. Il sogno d’amore di questo eccentrico personaggio diventa un pretesto per portare in scena il ritratto di un mondo corrotto: un mondo dove il dio denaro è la legge che fa girare il mondo, schiacciando i sogni dei giovani emergenti; dove la falsità ha sempre la meglio sull’amore. Il grande Gatsby è un romanzo che ti lascia con l’amaro in bocca, non perché sia il testo a mancare di qualcosa, ma perché ci pone davanti a un mondo sbagliato, per certi versi addirittura rivoltante, e ci si rende conto di quanto tutto questo sia ancora terribilmente attuale.
Ho adorato Il grande Gatsby, ed entra a pieno titolo nella categoria dei “libri da leggere almeno una volta nella vita”.


The Other Boleyn Girl (Philippa Gregory)

“I do as my father does, as my husband does. I dress as is proper for their wife or their daughter. But I don’t own anything on my account. In that sense I am as poor as your wife.”
“But you are a Howard and I am nobody,” he observed.
“I am a Howard woman. That means I might be one of the greatest in the land or a nobody like you. It all depends.”
“On what?” he asked, intrigued.
I thought of the sudden darkening of Henry’s face when I displeased him. “On my luck.”

La storia di Anna Bolena presso la corte di Enrico VIII d’Inghilterra raccontata attraverso gli occhi della sorella di lei, Maria Bolena. Il fatto di narrare una vicenda ormai ben nota a tutti dal punto di vista di una delle sue più dirette protagoniste permette all’autrice di porre l’enfasi sulle ingiustizie cui erano condannate le donne del passato, cercando di ricostruire quelli che sarebbero potuti essere i loro più intimi pensieri. Anna, Maria e l’allora ancora regina d’Inghilterra, Caterina d’Aragona, non erano, in fondo, che vittime di una società estremamente maschilista che privava le donne di ogni libertà. Ho in programma di postare una recensione più approfondita di questo romanzo, attendetela a breve. 😉

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